Marco De Bartoli, Vecchio Samperi, Ventennale

Ammirazione e rispetto. Come quando ti accosti ad un’opera d’arte, al mare in tempesta che sferza le rocce di Pantelleria, a un ulivo centenario, a un alberello di Grillo o di Zibibbo. La vita e l’opera di Marco De Bartoli, sfaccettate di luci e ombre, del vino siciliano sono la storia e la rivoluzione insieme.

La storia: ricolma dell’esperienza e del mestiere del far vino, vino come una volta, vino come i Fenici i Greci gli Spagnoli prima, vino come i bisnonni poi. La rivoluzione: intuire, accendersi, schierarsi, combattere, difendere una visione, un’idea, un progetto di dedizione e amore per Marsala e le sue uve.

Stappare il Vecchio Samperi e attraversare una frontiera dello spaziotempo è tutt’uno: scivola lentamente nel bicchiere un liquido d’oro e di fuoco e si aggrappa alle pareti cristalline, rilucente di sole, profumato di scirocco e di cubbàita, delle scorze dei cannoli e delle saline allo Stagnone.
Il Marsala prima del Marsala, prima degli inglesi e delle navi mercantili, prima che diventasse industria e venisse relegato allo scaffale in basso insieme agli sciroppi e ai condimenti. Il Marsala nobilissimo, vino perpetuo ed immortale, espressione d’arte millenaria che sussurra le parole degli antichi attraverso i tempi e le generazioni, e ci ricorda chi siamo e da dove veniamo.

Ché solo la forza delle radici ci darà voce per parlare ancora, e animo per combattere ancora, e occhi per immaginare il futuro.

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Robert Sinskey, Los Carneros Vin Gris, 2013

1- Sinskey

Le prende la mano con impazienza, lo sguardo bruno interrogativo oscillante tra la realistica possibilità di essersi sbagliato e la speranza testarda che il passato sia ancora lì a sostenere la sua candidatura. Il passato in effetti gioca bene le sue carte: un po’ impolverate e sbiadite, per la verità, ma inevitabilmente vincenti nel rievocare un’infinità di piccoli momenti che adesso tintinnano come le perle di vetro della tenda azzurra sciorinata tra il soggiorno e il patio mediterraneo, a trasformare la luce cangiante del pomeriggio tiepido in una cascata di ricordi.

Lei si adagia in quei ricordi, ricordi di ali per volare e di pinne per nuotare, di strade sentieri e campi da golf, di marshmallows abbrustoliti al fuoco e coperte di lana cotta, di abbracci e musica lenta. Ricordi di sorrisi e notti di luna e candele, e insalate di gamberoni azzurri e calici di Vin Gris che profuma ancora di lychees e pesche bianche, e scorze di mandarini cinesi. Pallido e rosato come le albe di settembre, quando le onde dell’oceano sussurrano delizie e ricolmano d’incanto distanze insormontabili, fresco e salino come gli arcobaleni fra le montagne rocciose, roride di rugiada e impervie, lontane eppure familiari.

Sei tornato, gli dice, e non è una domanda.
Si, sono tornato.

2. Sinskey

Damijan Podversic, Kaplja, 2009

1- Podversic

Luce impertinente fra le persiane socchiuse, il primo raggio di primavera che non scalda ancora ma porta con sé il profumo del mare, la sabbia morbida e cedevole, le conchiglie traslucide e i tappeti di alghe strappati ai fondali e affonda la sua lama splendente nel calice appena velato, radioso d’estate e di ricordi.

Ti parla del mare quel calice, e di giorni passati su un guscio di noce a crogiolarsi al sole istriano fra spiagge di topazio e scogli d’alabastro, a tuffare le albicocche mature nell’acqua salata e a mangiarle così, dolci come miele caldo e sugose e grondanti di salsedine, ad arrostire le pannocchie unte di burro sul fornello da campo, a guardare il cielo ricamato di stelle, ad abbracciare la vita come fosse solo un gioco.

Fermati stanotte, mentivano le dita che si sfioravano casualmente tra la folla e straripavano di tenerezza e inattesa complicità, resta non andare, mentivano gli occhi accesi di curiosità e desiderio, e i corpi tesi nei vestiti sottili a percepire il calore, e le labbra vicine a mischiare il respiro di un’estate che hai ancora nel cuore, e che sembra non voler più tornare.

 

Franco Terpin, Illegal, senza anno

Franco Terpin, Illegal, senza anno

Illegale. Come quello che mi fai quando non ci sei, quando pretendi che non t’importa affatto, acido come un moto di stizza o uno schiaffo all’improvviso, appuntito come gli spilli dell’agopuntura del cinese che sai che faranno bene ma intanto pungono lo stesso, e li senti fino a quando decidi che quel braccio, quella gamba, quel cuore non è tuo, volatile come respirare l’odore di benzina che ti brucia nella gola, che satura i polmoni fino a soffocarli e poi sparisce piano, evapora, e ti lascia incredula, stordita e libera da te.

Illegale. Come quel profumo di uva spina, maledettamente invitante con quel suo finale dolcissimo di bacche gialle maturate al sole dell’autunno che nascondono il segreto di ogni sapore, di ogni calore, ma lo tengono nascosto e non lo svelano nemmeno in cambio dei tesori del Gran Khan.

Illegale. Come un gioco d’azzardo giocato nel buio degli anfratti, tenuto sotto banco per chi, soltanto, potrà capirti. A tuo insindacabile giudizio, senza parole, senza appello alcuno.

Illegale. Come te che sei dentro di me e non te ne vai, anche se provo a mandarti via, tu non te ne vai. Annego dentro al corpo di un altro il desiderio di te, e tu non te ne vai, fingo di non pensarti e tu non te ne vai. E anche se urlo, faccio l’indifferente, non ti parlo, non ti telefono, tu non te ne vai.
E allora penso che ci deve essere una ragione perché tu non te ne vai, e probabilmente è una ragione illegale.

E difatti, per quanti sforzi io faccia, non riesco a trovarla.

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Stefano Amerighi, Syrah, 2010

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Guidi nella pioggia lentamente, gocce pesanti sferzanti battenti, tergicristalli che stridono sul parabrezza, dindòn dindòn dindòn. Una di quelle mattine che saresti stata meglio a casa, meglio a letto, meglio altrove. Un altrove lontano, dove non arrivano treni né aerei, e nemmeno strade sterrate, quel luogo nascosto chiuso con cento catenacci dove, solo, puoi essere te stessa.
E poi quello sguardo sulla pelle, che buca l’acqua e l’aria e i vestiti, e ti si appiccica addosso senza chiederti il permesso. Uno sguardo nero e denso e appena pungente, che ti mozza il respiro sull’orlo delle labbra per un secondo, un minuto, chissà, e gli occhi che si sfiorano, appesi a quell’istante per un tempo infinito prima di evaporare nel prossimo semaforo.

E poi te ne dimentichi, fino al giorno in cui lo stesso brivido nero e denso e appena pungente ti attraversa con un guizzo il palato e ti scivola sulla schiena, e viene da un bicchiere di Syrah, a te che il Syrah non piace nemmeno, e invece. Lo annusi interrogativa, e ti risponde un calore esotico e carnale, e chiodi di ferro e radici, e piccoli frutti – ma tanti – di quelli bluastri e succosi appena spiccati dai rovi che per quanto maturi possano essere, sempre t’imbrogliano la lingua con quella loro punta acidula, quasi piccante.

E avrai un bel cercare, e a lungo, ché centinaia d’altri vini e d’altri sguardi ti capiterà d’incrociare, ma non più quello. E ti chiedi perché proprio quello ti sia rimasto addosso, a te che non lo cercavi, che non ti importava, che fino a quel momento nemmeno ti piaceva.
E sorridi, come fai sempre quando qualcuno riesce a farti cambiare idea.

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Francesco Guccione, Monreale, Sicilia

Guccione

Vento. C’è vento forte, stai attenta non correre, ti aspetto al curvone. Corro.

Grigio. Il grigio delle nuvole gonfie che rotolano via veloci, il grigio degli occhi grigi sgranati, il grigio dei giorni che non si rassegnano al grigiore e nemmeno al dolore. Il grigio più malinconico che triste, più pensieroso che depresso. Il grigio squarciato da un sorriso, uno schiaffo di luce che illumina la cantina accampata, scarna.

Mani. Le mani che disegnano mondi, le mani che parlano senza toccare, le mani che stringono un sogno più forte delle evidenze, delle eredità, delle possibilità.

Aria. L’aria amica che moltiplica i profumi, li espande e li pulisce. L’aria che sublima il frutto e la materia, che ossida e purifica, l’aria che dissolve la tecnica e pure le teorie, e le annate calde e quelle piovose e ti rimescola le carte nel bicchiere.

Tempo. Il tempo che consuma chi sei dove sei e le scelte che hai fatto, il tempo che corrode il superfluo. E quello che rimane sono ossa, essenza, verità. Rimane la terra.
Francesco è tornato.

Guccione

Masciarelli, Marina Cvetic Trebbiano, 2008 e 2010

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Un altro tempo, un altro luogo.
Qualcun altro seduto di fronte a lei, un ristorante aperto da poco con squilli di trombe e grancassa pubblicitaria. Era stata una bellissima serata quella, aspettata da tempo e preparata con cura: prima i messaggi casuali, telefonate imbastite per ragioni dichiaratamente ufficiali – ciao come stai, volevo parlarti di questo e di quello – poi le chiacchierate a rincorrersi sul filo dei chilometri, centinaia, troppi, infine quella voglia di vedersi, almeno per capire se c’è, com’è e come potrebbe essere.
Un incontro sospeso, irrisolto e a malincuore interrotto prima che abbracci a lungo trattenuti e un’attrazione evidente trasformassero ore di spensierata magia in un imbroglio di cui potessero confusamente pentirsi il giorno dopo.

A questo pensa mentre sfoglia distratta la carta dei vini, la sua attenzione catturata da quella stessa bottiglia, solo di un paio d’anni più vecchia. E difatti quella indica, sorridendo al suo accompagnatore di oggi.

Oggi è diverso.
Il vino ha già imboccato l’inesorabile discesa, accentuata dalla conservazione non perfetta, una marcata ossidazione che rivela le erbe secche (il timo, la maggiorana) e stenta ad evolversi nelle note floreali che ricorda con precisione. C’era la lavanda, quella sera, e la pioggia d’aprile e le fragranze pungenti del tamarindo; oggi, invece, dominano gli olii: l’olio di argan e di girasole, la cera d’api, un lieve accenno di canfora. In bocca però lo stesso nerbo, lo stesso vigore, l’acido che penetra e il sapido che allarga, e una incomprensibile nostalgia d’estate.

Se non fosse palesemente troppo tardi per ricominciare giurerebbe di aver immaginato tutto, e ricomincerebbe.

2- Cvetic