Riesling Spätlese, Mosel, 1986

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Lui era arrivato, finalmente, dopo lunghi minuti passati ad immaginare i come, i quando ed i perché che si arrovellavano in una sequela di emozioni contrapposte e si era seduto a tavola, scusandosi per l’attesa. Ordinarono carni, ma da berci un vino bianco e vecchio, un gioco che avevano fatto in passato e la faceva sorridere sempre al ricordo.

Il suo sguardo mobile le bruciava il viso e parlava di incertezze e curiosità insieme, e di un desiderio presuntuoso, inchiodandola allo schienale della seggiolina da taverna, non ammettendo scappatoia alcuna.

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Nei bicchieri grandi e ampollosi il Riesling roteava lascivo, untuoso a momenti, lasciando dietro di sé barbagli dorati, riflessi di un autunno appena iniziato. Bellissimo a vedersi, ed invitante, ed in bocca suadente, setoso. Ma il naso non lasciava scampo, una potenza inespressa e scomposta, coperta, mortificata da un’acredine impietosa che a tratti diveniva grossolana e volgare.

– Glielo dici tu o glielo dico io che sa di tappo?
– Aspettiamo che si scaldi – gli rispose – tutti meritiamo una seconda possibilità, non credi?
Lui le sorrise scoprendo i denti bianchissimi ma con un velo di tristezza in fondo agli occhi, lo sguardo disciolto in un altrove senza ritorno.
– No, non sempre.

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