Francesco Guccione, Monreale, Sicilia

Guccione

Vento. C’è vento forte, stai attenta non correre, ti aspetto al curvone. Corro.

Grigio. Il grigio delle nuvole gonfie che rotolano via veloci, il grigio degli occhi grigi sgranati, il grigio dei giorni che non si rassegnano al grigiore e nemmeno al dolore. Il grigio più malinconico che triste, più pensieroso che depresso. Il grigio squarciato da un sorriso, uno schiaffo di luce che illumina la cantina accampata, scarna.

Mani. Le mani che disegnano mondi, le mani che parlano senza toccare, le mani che stringono un sogno più forte delle evidenze, delle eredità, delle possibilità.

Aria. L’aria amica che moltiplica i profumi, li espande e li pulisce. L’aria che sublima il frutto e la materia, che ossida e purifica, l’aria che dissolve la tecnica e pure le teorie, e le annate calde e quelle piovose e ti rimescola le carte nel bicchiere.

Tempo. Il tempo che consuma chi sei dove sei e le scelte che hai fatto, il tempo che corrode il superfluo. E quello che rimane sono ossa, essenza, verità. Rimane la terra.
Francesco è tornato.

Guccione

Masciarelli, Marina Cvetic Trebbiano, 2008 e 2010

Immagine

Un altro tempo, un altro luogo.
Qualcun altro seduto di fronte a lei, un ristorante aperto da poco con squilli di trombe e grancassa pubblicitaria. Era stata una bellissima serata quella, aspettata da tempo e preparata con cura: prima i messaggi casuali, telefonate imbastite per ragioni dichiaratamente ufficiali – ciao come stai, volevo parlarti di questo e di quello – poi le chiacchierate a rincorrersi sul filo dei chilometri, centinaia, troppi, infine quella voglia di vedersi, almeno per capire se c’è, com’è e come potrebbe essere.
Un incontro sospeso, irrisolto e a malincuore interrotto prima che abbracci a lungo trattenuti e un’attrazione evidente trasformassero ore di spensierata magia in un imbroglio di cui potessero confusamente pentirsi il giorno dopo.

A questo pensa mentre sfoglia distratta la carta dei vini, la sua attenzione catturata da quella stessa bottiglia, solo di un paio d’anni più vecchia. E difatti quella indica, sorridendo al suo accompagnatore di oggi.

Oggi è diverso.
Il vino ha già imboccato l’inesorabile discesa, accentuata dalla conservazione non perfetta, una marcata ossidazione che rivela le erbe secche (il timo, la maggiorana) e stenta ad evolversi nelle note floreali che ricorda con precisione. C’era la lavanda, quella sera, e la pioggia d’aprile e le fragranze pungenti del tamarindo; oggi, invece, dominano gli olii: l’olio di argan e di girasole, la cera d’api, un lieve accenno di canfora. In bocca però lo stesso nerbo, lo stesso vigore, l’acido che penetra e il sapido che allarga, e una incomprensibile nostalgia d’estate.

Se non fosse palesemente troppo tardi per ricominciare giurerebbe di aver immaginato tutto, e ricomincerebbe.

2- Cvetic