Franco Terpin, Illegal, senza anno

Franco Terpin, Illegal, senza anno

Illegale. Come quello che mi fai quando non ci sei, quando pretendi che non t’importa affatto, acido come un moto di stizza o uno schiaffo all’improvviso, appuntito come gli spilli dell’agopuntura del cinese che sai che faranno bene ma intanto pungono lo stesso, e li senti fino a quando decidi che quel braccio, quella gamba, quel cuore non è tuo, volatile come respirare l’odore di benzina che ti brucia nella gola, che satura i polmoni fino a soffocarli e poi sparisce piano, evapora, e ti lascia incredula, stordita e libera da te.

Illegale. Come quel profumo di uva spina, maledettamente invitante con quel suo finale dolcissimo di bacche gialle maturate al sole dell’autunno che nascondono il segreto di ogni sapore, di ogni calore, ma lo tengono nascosto e non lo svelano nemmeno in cambio dei tesori del Gran Khan.

Illegale. Come un gioco d’azzardo giocato nel buio degli anfratti, tenuto sotto banco per chi, soltanto, potrà capirti. A tuo insindacabile giudizio, senza parole, senza appello alcuno.

Illegale. Come te che sei dentro di me e non te ne vai, anche se provo a mandarti via, tu non te ne vai. Annego dentro al corpo di un altro il desiderio di te, e tu non te ne vai, fingo di non pensarti e tu non te ne vai. E anche se urlo, faccio l’indifferente, non ti parlo, non ti telefono, tu non te ne vai.
E allora penso che ci deve essere una ragione perché tu non te ne vai, e probabilmente è una ragione illegale.

E difatti, per quanti sforzi io faccia, non riesco a trovarla.

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Stefano Amerighi, Syrah, 2010

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Guidi nella pioggia lentamente, gocce pesanti sferzanti battenti, tergicristalli che stridono sul parabrezza, dindòn dindòn dindòn. Una di quelle mattine che saresti stata meglio a casa, meglio a letto, meglio altrove. Un altrove lontano, dove non arrivano treni né aerei, e nemmeno strade sterrate, quel luogo nascosto chiuso con cento catenacci dove, solo, puoi essere te stessa.
E poi quello sguardo sulla pelle, che buca l’acqua e l’aria e i vestiti, e ti si appiccica addosso senza chiederti il permesso. Uno sguardo nero e denso e appena pungente, che ti mozza il respiro sull’orlo delle labbra per un secondo, un minuto, chissà, e gli occhi che si sfiorano, appesi a quell’istante per un tempo infinito prima di evaporare nel prossimo semaforo.

E poi te ne dimentichi, fino al giorno in cui lo stesso brivido nero e denso e appena pungente ti attraversa con un guizzo il palato e ti scivola sulla schiena, e viene da un bicchiere di Syrah, a te che il Syrah non piace nemmeno, e invece. Lo annusi interrogativa, e ti risponde un calore esotico e carnale, e chiodi di ferro e radici, e piccoli frutti – ma tanti – di quelli bluastri e succosi appena spiccati dai rovi che per quanto maturi possano essere, sempre t’imbrogliano la lingua con quella loro punta acidula, quasi piccante.

E avrai un bel cercare, e a lungo, ché centinaia d’altri vini e d’altri sguardi ti capiterà d’incrociare, ma non più quello. E ti chiedi perché proprio quello ti sia rimasto addosso, a te che non lo cercavi, che non ti importava, che fino a quel momento nemmeno ti piaceva.
E sorridi, come fai sempre quando qualcuno riesce a farti cambiare idea.

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