La Stoppa, Ageno, 2007

1- Ageno

Sei come una giostra squillante di campanelli, un girotondo a perdifiato che ti rapisce e non ti lascia più scendere, il cuore in gola, il sangue che scorre veloce e il vento fresco sulla faccia, come le risate cretine per tutto e per niente e senza una ragione, che ridi solo per la gioia di sentire com’è il suono della voce quando ride, una trepidazione scomposta di baci e di carezze con tutte quelle mani che non riescono a star ferme e tutta quella pelle che si arriccia e si accartoccia e pizzica, e freme di brividi e sussulti.

Sei come quel vino che scegliesti per me, in un giorno che come al solito non ci dovevamo nemmeno vedere, quel vino di Malvasia e di Trebbiano giallo e denso di albicocche mature e cipolline caramellate, salato come il mare d’estate che si asciuga secco sulle spalle scottate dal sole e punge come la buccia dei mandarini quando la spruzzi sul naso del tuo compagno di giochi, friabile e polveroso come l’intonaco del muro quando mi rimane sporco sul dietro del cappotto ma non m’importa, ché solo m’importa di sentirti appiccicato a me, le tue dita che frugano le pieghe dei vestiti e il fiato che mi accende e le labbra, affamate.

Sei come tutti i vestiti buttati per terra perché il tempo è tiranno e bastardo, come tutte le volte che sento la tua voce nelle orecchie, che ci sei anche quando non te lo dico e a te non sembrerebbe e magari nemmeno ci credi, ma ci sei.

2- Ageno

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Bartolo Mascarello, Barolo, anni novanta

1- mascarello

Allora scommettiamo – gli aveva detto, mascherando la propria trepidazione dietro ad un’ostentata noncuranza – scommettiamo un vino, che sia vecchio ed austero, e che sia l’ultimo.
Lui aveva riso forte, schermendosi. Non succederà mai – aveva risposto – lei se n’è andata e non tornerà. Lo so, lo sai. Ma le sue parole nascondevano molto più di quanto, forse, desiderasse ammettere: il sogno, un fondo residuo di ostinata speranza.

Così, quando il postino scampanellò alla porta, qualche settimana dopo, la sorpresa di quel dono non riuscì a rallegrarla del tutto. Scartò con cura l’imballo protettivo e la velina impalpabile che avvolgeva la bottiglia pesante, l’etichetta appena sbiadita dalla mano carezzevole del tempo.

Più ombre che luci nel calice, come la loro storia del resto, scurezze profonde che si aggrappavano al fragile cristallo e si frangevano in archetti fitti e copiosi, lentissimi. Ritroso al naso, dapprima, ostico ad aprirsi, sussurrava tuttavia promesse di spezie ed erbe officinali, di pelli conciate e polveri tostate di caffè. Vibrante al sorso ed appagante, come un abbraccio a lungo desiderato, che vorresti sprofondarvi dentro, e che non finisse mai.
Quindi si avvolse nella coperta rossa di lana, si accoccolò sul divano grande del soggiorno e, suo malgrado, sorrise.

3- mascarello

Riesling Spätlese, Mosel, 1986

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Lui era arrivato, finalmente, dopo lunghi minuti passati ad immaginare i come, i quando ed i perché che si arrovellavano in una sequela di emozioni contrapposte e si era seduto a tavola, scusandosi per l’attesa. Ordinarono carni, ma da berci un vino bianco e vecchio, un gioco che avevano fatto in passato e la faceva sorridere sempre al ricordo.

Il suo sguardo mobile le bruciava il viso e parlava di incertezze e curiosità insieme, e di un desiderio presuntuoso, inchiodandola allo schienale della seggiolina da taverna, non ammettendo scappatoia alcuna.

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Nei bicchieri grandi e ampollosi il Riesling roteava lascivo, untuoso a momenti, lasciando dietro di sé barbagli dorati, riflessi di un autunno appena iniziato. Bellissimo a vedersi, ed invitante, ed in bocca suadente, setoso. Ma il naso non lasciava scampo, una potenza inespressa e scomposta, coperta, mortificata da un’acredine impietosa che a tratti diveniva grossolana e volgare.

– Glielo dici tu o glielo dico io che sa di tappo?
– Aspettiamo che si scaldi – gli rispose – tutti meritiamo una seconda possibilità, non credi?
Lui le sorrise scoprendo i denti bianchissimi ma con un velo di tristezza in fondo agli occhi, lo sguardo disciolto in un altrove senza ritorno.
– No, non sempre.

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Arpepe, Grumello Rocca de Piro Riserva, 2006

1- arpepe

Camminando sul selciato medievale, incerto il passo ma rapido, per star dietro all’ampia falcata di lui, impetuosa. Vicini, vicinissimi, ed eccitati entrambi da quell’incontro casuale ed inatteso. E’ un primo appuntamento come tanti primi appuntamenti, si ripeteva in silenzio, mascherando dietro ad un’ostentata indifferenza lo sfarfallìo impertinente che le solleticava lo stomaco e la gola.

Lo lasciò fare malcelando un sorriso divertito e ripieno di aspettative, fingendo di interessarsi alla lista dei vini ed attendendo, invece, che lui le rivelasse chi fosse. Il vino del primo appuntamento è una confessione, è un’ammissione di sé che oscilla tra il desiderio di far buona impressione e il pudore di svelarsi troppo.

2- arpepe

Scelse Valtellina, e questo le fu già d’indicazione, un Nebbiolo snello e slanciato, finissimo, levigato da una evoluzione perfetta che dilagava in un calore quasi estivo, inaspettato, una lama di sole a riscaldare l’acqua piovana nelle gronde di rame vivo, e poi tutta quella frutta a rotolare sul tavolo grande della cucina, e un finire di rose appassite, e di lavagne ancora da scrivere.

Lui la guardò con insistenza, e fece come per prendere quel gessetto appoggiato lì, accanto alle loro dita che si sfioravano impazienti.

3- arpepe