Franco Terpin, Illegal, senza anno

Franco Terpin, Illegal, senza anno

Illegale. Come quello che mi fai quando non ci sei, quando pretendi che non t’importa affatto, acido come un moto di stizza o uno schiaffo all’improvviso, appuntito come gli spilli dell’agopuntura del cinese che sai che faranno bene ma intanto pungono lo stesso, e li senti fino a quando decidi che quel braccio, quella gamba, quel cuore non è tuo, volatile come respirare l’odore di benzina che ti brucia nella gola, che satura i polmoni fino a soffocarli e poi sparisce piano, evapora, e ti lascia incredula, stordita e libera da te.

Illegale. Come quel profumo di uva spina, maledettamente invitante con quel suo finale dolcissimo di bacche gialle maturate al sole dell’autunno che nascondono il segreto di ogni sapore, di ogni calore, ma lo tengono nascosto e non lo svelano nemmeno in cambio dei tesori del Gran Khan.

Illegale. Come un gioco d’azzardo giocato nel buio degli anfratti, tenuto sotto banco per chi, soltanto, potrà capirti. A tuo insindacabile giudizio, senza parole, senza appello alcuno.

Illegale. Come te che sei dentro di me e non te ne vai, anche se provo a mandarti via, tu non te ne vai. Annego dentro al corpo di un altro il desiderio di te, e tu non te ne vai, fingo di non pensarti e tu non te ne vai. E anche se urlo, faccio l’indifferente, non ti parlo, non ti telefono, tu non te ne vai.
E allora penso che ci deve essere una ragione perché tu non te ne vai, e probabilmente è una ragione illegale.

E difatti, per quanti sforzi io faccia, non riesco a trovarla.

Terpin2

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