Stefano Amerighi, Syrah, 2010

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Guidi nella pioggia lentamente, gocce pesanti sferzanti battenti, tergicristalli che stridono sul parabrezza, dindòn dindòn dindòn. Una di quelle mattine che saresti stata meglio a casa, meglio a letto, meglio altrove. Un altrove lontano, dove non arrivano treni né aerei, e nemmeno strade sterrate, quel luogo nascosto chiuso con cento catenacci dove, solo, puoi essere te stessa.
E poi quello sguardo sulla pelle, che buca l’acqua e l’aria e i vestiti, e ti si appiccica addosso senza chiederti il permesso. Uno sguardo nero e denso e appena pungente, che ti mozza il respiro sull’orlo delle labbra per un secondo, un minuto, chissà, e gli occhi che si sfiorano, appesi a quell’istante per un tempo infinito prima di evaporare nel prossimo semaforo.

E poi te ne dimentichi, fino al giorno in cui lo stesso brivido nero e denso e appena pungente ti attraversa con un guizzo il palato e ti scivola sulla schiena, e viene da un bicchiere di Syrah, a te che il Syrah non piace nemmeno, e invece. Lo annusi interrogativa, e ti risponde un calore esotico e carnale, e chiodi di ferro e radici, e piccoli frutti – ma tanti – di quelli bluastri e succosi appena spiccati dai rovi che per quanto maturi possano essere, sempre t’imbrogliano la lingua con quella loro punta acidula, quasi piccante.

E avrai un bel cercare, e a lungo, ché centinaia d’altri vini e d’altri sguardi ti capiterà d’incrociare, ma non più quello. E ti chiedi perché proprio quello ti sia rimasto addosso, a te che non lo cercavi, che non ti importava, che fino a quel momento nemmeno ti piaceva.
E sorridi, come fai sempre quando qualcuno riesce a farti cambiare idea.

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